PowerPoint Is Evil.
Power Corrupts.
PowerPoint Corrupts Absolutely.
Così comincia un articolo apparso su Wired due anni fa nel quale Edward Tufte, docente di statistica, scienze politiche e graphic design (
) a Yale, critica senza mezzi termini il modo comune di utilizzare i programmi per la creazione di presentazioni. Nella maggioranza dei casi, la forma prevale sulla sostanza, sul messaggio da trasmettere. “The medium is the message” sosteneva Marshall McLuhan a metà degli anni Sessanta. Elenchi puntati, template multicolore e grafici confusionari possono sembrare seducenti, ma distolgono l’attenzione del pubblico dal contenuto, ammesso che il contenuto esista…
If your words or images are not on point, making them dance in color won’t make them relevant. Audience boredom is usually a content failure, not a decoration failure.
sostiene Tufte. Tuttavia, cercando materiale sul Web 2.0, tema ricorrente dei miei ultimi post, mi sono imbattuto nella presentazione di Dick Hardt, CEO e fondatore di Sxip, azienda che si occupa di identità e access management. Il video dell’intervento, presentato alla scorsa O’Reilly Open Source Convention, denota originalità, humor e dinamismo nel presentare i contenuti: le slide sono semplici, contengono poche parole o, in alternativa, una sola immagine. I colori, bianco e nero, rendono perfettamente le relazioni tra i concetti espressi. La velocità di passaggio tra una slide e l’altra aderisce perfettamente al discorso di Dick, aumentando o diminuendo, a seconda della necessità.
L’approccio utilizzato, a detta dello stesso autore, deriva dagli insegnamenti di Lawrence Lessig, da molti considerato un guru della comunicazione, che li riassume così in un’intervista rilasciata a Cliff Atkinson:
I use the screen to frame what I am saying. One word, or a few words, so that the audience sees what they are hearing. But I never allow the screen to compete with what I am saying. I want them to be focusing on my words, not on PowerPoint graphics. So the word(s) on the screen help them tune into the words on the stage. Plus I use it to demonstrate abstract ideas, with drawings or moving objects. And it is brilliant for clips, etc. [...]
I want them to focus on my words. I don’t care if they look at me, but it is the rhythm and timing of my words that are important. The PowerPoint helps keep them focused — so their mind doesn’t wander. It is a feature/bug of present society, that attention span requires constant prodding.
Ritengo l’argomento di straordinaria attualità, vivendo in un’epoca in cui l’attenzione è costantemente catalizzata dalle immagini. Spero che gli spunti presentati possano aiutare tutti coloro i quali, come me, si trovano ad affrontare quotidianamente queste problematiche comunicative.
Pingback: Casual.info.in.a.bottle » Blog Archive » Piccole segnalazioni…
non so se hai mai sentito parlare del Takahashi Method.
In pratica un ragazzo giapponese, Masayoshi Takahashi, non avendo tempo e mezzi per organizzare una presentazione in grande stile, ha inventato questa metodologia che consiste nell’usare pochissimi caratteri per slide, con un font enorme, e senza immagini, grafici. In pratica una presentazione ermetica, solo che misà che all’estero l’ermetismo non lo conoscono.
La tecnica sta prendendo piede anche in occidente, Autrijus Tang ha recentemente tenuto una presentazione in questo stile e pare ne sia soddifattissimo.
Ci sono anche un paio di articoli a riguardo su Presentation Zen
http://presentationzen.blogs.com/presentationzen/2005/09/living_large_ta.html
@riffraff: grazie mille!
No, non conoscevo nè metodo, nè il sito Presentation Zen! Evvai, altro feed… Prima o poi Sage esploderà!
Pingback: ..:digital||divide:..
Nice blog Luca. I consider Powerpoint as a tool, not a solution, therefore the success or failure resides on the presenter. Download some free templates at http://www.templateready.com/Powerpoint/Templates.html
Pingback: Il nemico è PowerPoint