The world changes this week

Come riportato nel post precedente, Sun e Google hanno dato il via ieri ad una nuova partnership, volta a sviluppare, promuovuere e diffondere le tecnologie delle due aziende. L’accordo prevede inizialmente la distribuzione della Google Toolbar attraverso il download del Java Runtime Environment ma, cosa ben più importante, lascia presagire ben altro. Il comunicato stampa ufficiale recita infatti:

The agreement between Sun and Google also kicks off further collaboration between the companies on projects like OpenOffice.org, the open source productivity suite that is the world’s leading suite on the Solaris Operating System (Solaris OS) and Linux and the leading alternative suite on Microsoft Windows.

Come scrive Johnathan Schwartz, presidente di Sun, nel suo blog, il modo di concepire e distribuire il software è radicalmente cambiato rispetto ad una decina di anni fa e questa strada diventa giorno dopo giorno la più battuta. Internet ha permesso ad aziende come eBay, opentable.com e la stessa Google di bypassare Microsoft per diffondere i propri prodotti, abbattendo una delle percentuali di spesa più significative del loro business. Continua Schwartz:

Now, I have been nothing if not tediously repetitive in stating my belief that volume begets value – best demonstrated by the rise of the free software movement (whose volume is derived from its price, its value from innovation, in all forms). The cost of reaching customers, traditionally the most expensive part of building a business, has largely been eliminated – resulting in massive, global participation. Value’s literally everywhere the network travels, on every device it touches (and it’s subsidizing some very interesting ideas.)

Il pensiero si allinea a quanto detto da Tim O’Reilly a proposito del Web 2.0: la cooperazione implicita o esplicita da parte degli utenti unita alla natura stessa dell’Open Source, dà valore alle applicazioni, intese come servizi. Un nuovo modello di business incentrato sulla rete e sui server si contrappone al modello tradizionale client oriented. Per la prima volta, gli avversari di Microsoft, non ne mettono in discussione i prodotti, ma la filosofia di vendita stessa. Ritorna, nelle parole di Scott McNealy (Chief Executive di Sun), lo slogan:

We’re working on bringing this network-is-the-computer, Net services environment.

Ne ero convinto già da qualche mese, ora ne sono certo: nei prossimi anni ne vedremo delle belle!

MS e OpenDocument

Esiste forse un rapporto di causa – effetto tra la decisione dello stato del Massachusetts di adottare solo i formati non proprietari e l’annuncio da parte di Microsoft di integrare il supporto del formato PDF nella prossima versione di Office?
Secondo me e secondo Steven J. Vaughan-Nichols, autore di questo articolo pubblicato da eWeek, si: non può essere solo una coincidenza.
Certo, il supporto di OpenDocument sarebbe stato ottimale, ma Microsoft non è mai stata particolarmente impaziente di rinunciare ai propri formati. Non è detto però che in futuro le cose non cambino: se altre pubbliche amministrazioni seguiranno l’esempio dello stato americano, MS dovrà decidere se continuare a rifiutare i formati aperti, perdendo una quota di mercato non indifferente, o integrarne il supporto nei propri prodotti.
In quest’ultimo (auspicabile) caso, saranno gli utenti a beneficiarne maggiormente, potendo scegliere suite alternative come StarOffice o OpenOffice, le quali, molto probabilmente, da oggi hanno un alleato in più: Google

Ipse dixit

Chiunque segua con continuità il dibattito tra Open e Closed Source, tra Microsoft e Linux, non può non conoscere Laura DiDio. A chi invece questo nome non dice nulla, basti sapere che ha firmato, tra le altre, una ricerca sul TCO tra Linux e Windows, e che si è posta nettamente a favore di SCO nella battaglia legale contro il pinguino. Ebbene mai e poi mai mi sarei aspettato di essere d’accordo con anche solo una delle sue opinioni. E invece…
Su NewsFactor Magazine ho trovato un articolo nel quale Laura DiDio sembra quantomeno smorzare alcuni dei suoi consueti toni.
Sfatando il mito che l’Open Source sia sinonimo di gratis (e lo viene a dire a noi? Tutti conosciamo il motto free as in free speech, not as in free beer!) e che Linux sia sempre più performante di Windows o di Sun Solaris, l’autrice giunge alla conclusione che l’Open Source potrebbe anche essere vantaggioso per le aziende che lo adottano, a patto che il mantenimento di queste tecnologie sia fatto “in house”. Insomma: dipende.
Il TCO non può essere valutato in maniera univoca, in quanto ogni realtà aziendale è diversa dall’altra. Esistono ambiti in cui l’Open Source è, IMHO, la mossa vincente, altri in cui sono i sistemi proprietari ad essere ottimali. Serve solo un po’ di obiettività, sembra averlo capito perfino la DiDio.